La filosofia incontra Sailor Moon

L’anime Sailor Moon nasce in Giappone negli anni ‘90 del secolo scorso e tratta le vicende di Bunny, Rea, Emy, Morea e Marta in lotta contro le forze del male per proteggere la Terra e il loro significato filosofico. Le guerriere sailor: genesi e formazione ed evoluzione Sailor moon è un must degli anni novanta e narra le vicende di 5 ragazze adolescenti che lottano contro le forze del male per difendere la Terra; prende spunto dal fumetto creato da Naoto Takeuchi tra il 1992 e il 1997. La vicenda è ambientata a Tokyo ed inizia in una monotona giornata autunnale dove Bunny, di corsa ed in perenne ritardo per la scuola, si imbatte in Luna, una gatta nera con una voglia a forma di luna sulla fronte, bullizzata da dei ragazzini e Bunny la salva; la sera stessa la gatta si presenta a Bunny (parlando la sua lingua) e le spiega chi è be qual è la vera identità della ragazza. Dopo la sua prima trasformazione la vicenda entra nella vera storyline narrativa ed iniziano parallelamente la guerra al cattivo e la ricerca delle altre componenti del gruppo, le guerriere Sailor del sistema solare interno. Le 5 ragazze, una volta unite, saranno le protagoniste di tutte e 5 le serie dell’ anime nipponico e verranno poi affiancate da Marzio ( un cavaliere mascherato) anche egli in lotta contro il male. Durante le puntate si alternano diversi nemici e a partire dalla seconda metà della seconda stagione le nostre paladine della giustizia vengono affiancate da Chibiusa, la figlia di Bunny e Marzio che arriva dal futuro, e da Heles Milena e Siria, le guerriere del sistema solare esterno: Sailor Uranus, Sailor Neptune, Sailor Pluto; dopo aver sconfitto il “demone” al suo interno si unirà al gruppo anche Ottavia, Sailor Saturn, che da Guerriera della distruzione, diventerà anche lei guerriera Sailor in lotta contro il male, rinascendo tra le braccia di Super Sailor Moon e salvando lei stessa la terra. Alla fine della prima stagione però sono svelate anche le vere identità di Bunny e Marzio: sono la principessa Serenity e il principe Endymion, i regnanti della Tokyo del futuro, ovvero il regno di Crystal City, con il dovere di proteggere la Terra dal male ed evitare di stabilire li il suo regno. La sfida più ardua arriva nella quinta ed ultima serie dove Bunny, Emy, Marta, Rea e Morea dove si troveranno a fronteggiare un nemico molto più forte dei precedenti; la storia si concentra su Sailor Galaxia. Costei era una potentissima Guerriera Sailor di un altro sistema planetario, la quale, non riuscendo a battere Chaos, l’essenza di ogni male, lo accolse dentro di sé, diventando a sua volta potente e malvagia oltre ogni misura. A questo punto, Galaxia cominciò a distruggere tutti i pianeti, costruendosi un esercito di Guerriere Sailor, che avevano rinnegato il bene dopo che la malvagia sottrasse loro gli Star Seed, ossia le loro essenze. Le Sailor Starlights erano fuggite dal proprio pianeta prima di vederne la fine e avevano cercato rifugio sulla Terra, dove ora tentano di ritrovare la loro principessa, fingendosi un gruppo di cantanti idol. Questa sarà la più dura delle battaglie per Sailor Moon, privata di Marzio, partito per studi in America, e Chibiusa, tornata nel futuro. Dovrà combattere contro le Guerriere Sailor di Galaxia, che vogliono trovare lo Star Seed più splendente della Galassia, che si dice trovarsi sulla Terra. E oltre alle Sailor Starlights, un altro mistero è rappresentato dalla piccola ChibiChibi, apparsa dal nulla e insediatasi a casa Tsukino, proprio come fece più o meno Chibiusa.

Nel 2014 esce Pretty Guardian Sailor Moon Crystal è una serie anime prodotta da Toei Animation per il ventesimo anniversario del franchise di Sailor Moon; a differenza della prima serie animata composta da cinque stagioni, questo adattamento è più fedele al fumetto d’origine creato da Naoko Takeuchi. I primi tre archi del manga sono andati in onda in Italia tra il il 2016 e il 2017, per un totale di 39 episodi; nel 2020 é prevista l’uscita di Sailor Moon Eternal, il primo dei due film che chiuderanno il ciclo delle nostre paladine della giustizia. La trama è molto simileball’anime: Usagi Tsukino è una ragazza un po’ goffa e piagnucolona, ma piena di energia che frequenta la seconda media. Un giorno incontra Luna, una gatta nera con una mezzaluna sulla fronte, che le dona una spilla che le consente di trasformarsi in Sailor Moon, la bella guerriera dell’amore e della giustizia. Come guerriera della giustizia, Usagi ha la missione di ritrovare il Cristallo d’Argento Leggendario con le altre guerriere Sailor e proteggere la Principessa Serenity del regno della luna. Tuttavia, la regina Beryl del regno delle tenebre invia i suoi servitori a Tokyo per cercare il cristallo e il suo immenso potere, causando una serie di strani eventi che cambieranno la vita di Usagi. Le differenze tra i due mondi creatisono gli episodi e la trama, una complessa e romanzata, l’altra quasi conforme all’originale.

Omotenashi e sacrificio, le due culture a confronto

Nel mondo di oggi, presi dalla frenesia e dalla noncuranza degli affetti, si sono perse dei valori che per secoli hanno rispecchiano la Vita Buona in tutta la storia della filosofia, dall’antichità alla contemporaneità. Le protagoniste infatti rispecchiano in toto la filosofia Giapponese e il loro culto, dove il rispetto verso il prossimo è uno pilastri della cultura del paese del Sol Levante. Chi conosce bene il mondo nipponico e la sua filosofia Giapponese può già intuire cosa ci accingiamo a descrivere in questo articolo: il segreto dell’ospitalità Giapponese o, per usare un loro termine, l’Omotenashi. Ma che cosa è nello specifico? Per dare una risposta questo quesito è meglio iniziare dalle basi e spiegare il significato di questa parola molto brevemente. Come spesso accade in Giappone la parola ha un doppio significato, poiché molto spesso composta da due o più ideogrammi, i caratteri tipici della scrittura giapponese. In una prima analisi ci accorgiamo della presenza di Omote, superficie, e Nashi, meno: letteralmente sarebbe meno superficie, ma a livello umano assume il significato di disinteressato , sincero. In una seconda analisi però ci accorgiamo della prestanza della O all’inizio del termine, che completa il termine Mote, portare, e la presenza del termine nashi, riuscire: che vuol dire, quindi, servire, completare. In questa origine della parola troviamo il tratto distintivo tra la cultura dell’Omotenashi giapponese e quella, occidentale, dell’ospitalità, anche se ormai perduta nell’odio che domina il nostro tempo. Nella cultura giapponese il mettersi a servizio dell’altro è sempre fatto senza una relazione di dominanza e senza aspettativa o qualcosa in cambio, attingendo nella parte profonda della nostra coscienza umana, che in qualche modo è andata perduta. La teoria del sacrificio è ancora più semplice da individuare nei nostri eroi creati dai nipponici: sono disposti a tutto pur di salvare il pianeta su cui vivono. La cultura giapponese dell’omotenashi può anche essere integrata con la sua “cultura gemella” che deriva dalla religione giapponese: lo shintoismo. Esso infatti prefigura il superamento dell’egoismo e vede la realizzazione della vera identità umana nell’adozione dell’altruismo, dell’umiltà, dell’amore e sincerità. Cultura e tradizione in Giappone Nella cultura occidentale, la storia del sacrificio è radicata fin dalle origini della società umana, sia la religione che la filosofia sono piene di esempi e racconti in cui i narrano sacrifici; emblematico per la religione ebraica è il sacrificio di Isacco che Dio richiede ad Abramo come prova di fedeltà e di lealtà nei suoi confronti. Il segreto di questo sta anche qui nell’etimologia della parola; in origine il sacrificio aveva un significato prettamente religioso, ovvero il dono offerto agli dei; è questa la chiave di lettura della parola sacrificio in queste produzioni: mettersi a disposizione degli altri ed annullarsi per aiutare il prossimo. In una seconda analisi, constatiamo che la parola sacrificio nel corso della storia della filosofia ha assunto diversi significati seguendo semprebla corrente di pensiero e abbandonando quasi il significato primordiale assumendo diversi significati. La filosofia contemporanea in particolare ha ripreso il dibattito su tale parola e trovando in Soren Kierkegaard e Nietzsche le massime espressioni a riguardo nella filosofia del 1800. Il primo riavvicina la sua parola all’originale termine cristiano, il secondo ne esalta invece la sua etimologia greca. Il filosofo danese, nel suo Diario, esprime il suo pensiero a riguardo con questa frase molto esplicita ciò “Stare uniti per essere sacrificati; stare uniti per evitare di essere sacrificati; stare uniti per riguadagnare le cose terrestri: ecco il climax anticristiano”: con queste parole, Kierkegaard intende mostrare ai suoi lettori e studiosi come il cristianesimo abbia subito una parabola discendente tale da averlo portato dall’accettazione originaria del sacrificio in primi , al rifiuto del sacrificio poi e all’attenzione per le sole cose terrestri come ultimo step. Per Kierkegaard la questione è semplice: tornare al cristianesimo originario e al sacrificio; esso quindi non dev’essere compiuto facendo della necessità una virtù. Nietzsche invece tratta la tematica del sacrificio nel testo Al di là del bene e del male che va in totale opposizione al pensire di Kierkegaard in quanto il filosofo tedesco distrugge il significato cristiano del termine, esaltando il suo lato greco e mitologico. Gli contrappone anche un termine ben preciso l’Übermensch: chi sacrifica se stesso e gli altri senza risentimento ma solo per il dovere che gli viene soltanto dalla sua natura e nella consapevolezza che il dolore non ha alcunché di redentivo o di salvifico. Detto altrimenti, per usare una figura introdotta da Nietzsche, l’Oltreuomo non compie il sacrificio per spirito di risentimento o per vendetta, ma per il bene dell’umanità, alla luce del fatto che individuo e specie non possono essere scissi. Il sacrificio come lo intende il filosofo è quindi l’esatto contrario di quello cristiano: lungi dall’essere un annullamento di sé, è un proprio autopotenziamento, una piena e totale attuazione della propria potenza e del proprio essere. Questa accezione però è ben lontana anche dal significato che lega il termine sacrificio al termine Omotenashi, ma è molto più vicina all’individualismo e all’egoismo di cui ormai è pregna la nostra società. Il messaggio che trasmettono a noi le guerriere Sailor Pensandoci bene non è proprio questo il messaggio che Bunny e le sue amiche, le guerriere Sailor, vogliono darci? Loro infatti rispecchiano a pieno questo mix di culture sopradescritte, in quanto incarnano alla perfezione sia l’accoglienza sia il sacrificio. Per essere gruppo infatti le ragazze sacrificano se stesse per il bene degli altri e sono esempio di gentilezza e cordialità per tutti e 200 gli episodi dell’anime. Un monito per tutti, non solo per i più giovani, è quello di imparare a riscoprire questi anime, contenitori di principi puri e semplici che dovrebbero essere alla base della buona convivenza tra gli esseri umani, portatori i sani di questi valori. Nella società odierna noi siamo abituati ad essere individui soli ed egoisti, con la tendenza al male. E di nuovo qui la cultura giapponese può insegnarci molto. Infatti nel mondo moderno la tradizione dell’omotenashi è rimasta ben salda nella società nipponica; emblematico è il caso di un Hotel situato a Tokyo, che applica proprio l’omotenashi (articolo uscito su Il sole 24ore in data 21 giugno 2016), ma non è l’unico esempio: il noto marchio di automobili di lusso, la Lexus, ha recentemente applicato la cultura Omotenashi nipponica alle regole della propria azienda, per offrire un maggior servizio e una maggiore cortesia alla loro clientela ( sul sito stesso è presente proprio a questo). Sia di monito per noi anche questi pochi esempi che sono molto vicini a noi e alla cultura mondiale. Una cultura disposta all’accoglienza verso il prossimo da prendere davvero come esempio per migliorare se stessi.

Il bello: abitante o abitato?

La ricerca del bello e della perfezione è una tematica centrale nella società di oggi, un mondo in cui “non si va avanti se non hai la bellezza", un mondo vuoto e perso nella ricerca di un ideale superficiale e monotono, che impone schemi ed insegue un modello idealistico effimero. Pensando al significato stesso della parola bello, ha subito enormi mutamenti nel tempo, dal bello come ideale di perfezione al bello estetico poi evoluto come gusto, dal significato stesso che gli davano gli antichi e a quello che noi gli diamo ora. La particolare evoluzione di questo concetto sta proprio nella parola abitare, un verbo che ha visto un mutamento molto forte nel tempo, a suo modo un verbo a mio dire, multifocale. Fin dal suo significato latino, nella quale trova origine, troviamo due significati molto diversi tra loro: il primo è il significato più popolare tra i due, habitare, ossia "tenere", quello da cui anche oggi deriva la sfumatura di possesso in italiano il secondo deriva dalla flessione del verbo iterativo “habere” ovvero "avere", entrambe sono parole molto simili tra loro ma al contempo molto diverse. Ma ho anche un altro concetto molto interessante, quello legato ad un termine derivante dalla parola habere: il concetto di “habitus”, che i latini e i latinismi derivanti da tale lingua, indicano, metaforicamente parlando, con il sostantivo abito, ossia io abito. Ed ecco che entra in gioco il nostro bello, entra in gioco anche l’affermazione “io ho di bello che...”, ovvero un luogo che per essere abitato deve essere in qualche modo parte integrante di me, un qualcosa che io devo possedere. La tradizione filosofica greca, con i sui tre grandi rappresentanti, è stata sempre molto attiva nella ricerca del bello e nel suo entrarne in possesso, come qualcosa che fosse parte integrante di me, qualcosa che, se interiorizzato, faccia parte della mia sfera delle abitudini; come ciò che è Tale concetto di bello come “possessione” non lo ritroviamo solo in filosofia, ma anche nelle altre grandi arti artistico – letterarie. Analizzando quanto detto sopra, potrei anche azzardare ad affermare che esso è in qualche modo sia abitante che abitato; in filosofia la ricerca del bello ed il suo volerne entrare in possesso è un tema che va oltre l’immaginario collettivo che si può creare nella mente di chi si avvicina alla filosofia. Il bello infatti è uno dei temi centrali che impegna il pensiero dei grandi del passato e di chi studia oggi questa materia. Detto ciò, alcune delle domande che spesso mi sono posta è: “Dove trovo il bello?” “Dove abita?” Forse la domanda più grossa è dove abita, poiché può essere collocato in tre luoghi molto diversi tra loro: anima, cuore e cervello; la tesi comune, che non condivido in pieno, è quella del bello come canone imposto, come detto già all’inizio di questo saggio, ovvero come un concetto interiorizzato e standardizzato, ma non per questo abitato sul serio dall’ uomo; vero è che il bello e la perfezione entrano, in alcuni periodi storici, nella ricerca del bello estetico, ma non per questo lo standard imposto dovrebbe essere uguale per tutti. La nascita dell’estetica come disciplina, nell’ottocento, in qualche modo cerca questa standardizzazione, ma miseramente fallisce, ancora oggi infatti non riusciamo a dare una spiegazione razionale alla parola estetica stessa e di conseguenza ne deduco che il bello non può abitare nel cervello. Guardando a ciò che è più vicino alla concezione classica del termine, il bello è una parola che racchiude dietro di se un grande studio, un termine che ha sempre avuto un fascino esoterico, dal quale nemmeno grandi pensatori come Hegel hanno saputo scostarsi; la costante del bello è stata sempre quella: il cercare di possederlo come un bene dell’animo, il cercare di catturarlo come ente da far entrare dentro la nostra anima. Ecco è qui che per me abita il bello: nell’ anima. So che prima ho citato anche il cuore, ma per me anima e cuore sono due enti collegati tra loro, dueb parti dell’essere umano che non riusciamo a scindere; la sfera del sentimento infatti non è razionale, ma irrazionale e da sempre legata al cuore ed proprio qui che troviamo la casa ideale del bello: nei sentimenti. L’uomo infatti è dotato di un’anima sensibile, credenza comune nella storia della filosofia, dove viene collegata la sfera sentimentale; legando quindi il bello ai sentimenti dell’animo umano, riusciamo a dare una spiegazione al concetto di bello come “abitante” dei sentimenti. Posso prendermi quindi la libertà ora di coniare tale espressione: “il bello abita i sentimenti”. Ma cosa vuol dire che “abita i sentimenti”? proviamo a spiegarlo così: il bello è un termine astratto, non ha una raffigurazione materiale, è un concetto che ognuno di noi interiorizza e fa “abitare” in un luogo sicuro, dove non può essere attaccato e non può essere “demolito”. Abita infatti i luoghi dell’anima dove può essere espresso al meglio, dove può manifestare all’essere umano tutta la sua immensa potenza. L’uomo può essere anche lui abitato dal bello, in quanto può essere spinto a lasciarsi andare ai sentimenti che ha interiormente, se, in un certo qual modo, essi siano espressi in diverse forme tra cui l’ερος e παθος; termini ai più sconosciuti, ma legati nell’ antichità alla sfera del bello. Noi in quanto uomini siamo disposti sia ad essere abitati dal bello e dalla passione che ne deriva, sia ad offrire un posto al bello dove poter abitare. Il forte dualismo che si crea tra il bello e il termine abitare, non credo sia possibile solo tramite semplici collegamenti razionali, ma è un qualcosa che implica anche la ricerca interiore nei cassetti più profondi della nostra anima. In questo posso dire di essere d’accordo con una delle espressioni più note del passato, dove trovavamo più volte in concetto di corpo come “involucro” stesso della bellezza dell’anima; Platone stesso nel su “Elogio a Socrate” afferma ciò, parlando del suo maestro: un corpo da satiro che fa da involucro come contenitore di un’anima divina. La società odierna, invece, guardandone le strutture, non è più un luogo adatto dove questo dualismo può avvenire, infatti il bello ha perso la sua “casa”, poiché la bellezza dell’animo è un qualcosa che non riguarda più la maggior parte degli esseri umani, che inseguono ormai una bellezza povera di sentimenti e molto più facile da abitare. Il bello intenso, quello che muove i sentimenti umano, ora è andato perduto, non è più un posto sicuro dove abitare; il concetto anche di bello come virtù dell’animo è al tempo stesso un qualcosa che è ormai sparito, dando spazio ad animi brutti e corrotti. Abitare il bello ormai non è più per tutti: è una continua ricerca di qualcosa che ormai è andato fuori moda, qualcosa che non appartiene più alla società contemporanea; guardando al passato e alle varie correnti che si sono impegnate in suddetta ricerca per poi paragonarle al mondo di oggi ci accorgiamo che ho avuto un percorso, a livello umano, di decrescita che non vede fine. Come si può ritrovare la forza e la volontà di ritornare ad essere un luogo adatto in cui il bello può abitare? Come possiamo noi uomini contemporanei a dimostrare che siamo un luogo sicuro per il bello? Risposta semplice a tali quesiti non esiste, ma possiamo azzardare a dare delle risposte dalle quali trarre spunto per le nostre riflessioni; l’essere umano oggi dovrebbe fare affidamenti anche ai sentimenti più profondi dell’anima, a quella parte interiore che ancora oggi esiste ma non viene presa in considerazione dalla maggior parte degli essere umani. Essere un luogo sicuro dove può abitare il bello è infatti una missione al giorno d’oggi molto difficile, poiché non siamo all’altezza del compito. Essere un posto in cui l’anima può interiorizzare il bello richiederebbe una purezza che ormai al giorno d’oggi non viene più espressa nemmeno in un’opera d’arte contemporanea, sebbene il maggior sfogo per i numerosi artisti di oggi è esprimere il loro dolore interiore. Nessuno più guarda al bello, ma tutti noi commettiamo l’errore nel guadare il brutto e il marcio di chi ci circonda, troviamo sempre un qualcosa da criticare nel mondo esterno senza poter cogliere ed interiorizzare la bellezza del mondo che ci circonda. Tutto questo è sbagliato, se vogliamo essere delle buone abitazioni per il bello; dovremmo imparare a riscoprire la bellezza che ci circonda, la bellezza della natura e degli altri esseri viventi, l’armonia e la perfezione con cui sono state create le cose, ma soprattutto dobbiamo imparare di nuovo ad apprezzare le persone e cercare il bello anche in loro. Solo ad allora ritorneremo ad essere anime pure e ad essere un buon luogo dove può abitare il bello. Se riuscissimo a riscoprire la bellezza in tutte le sue forme, forse riusciremmo anche a capite e dare risposta al titolo che apre questo saggio; per ora vivo nella speranza che almeno chi sia davvero interessato alla ricerca del luogo dove abita il bello, impari dal passato e guardi al futuro come continuum di un’epoca che al mondo contemporaneo potrebbe dare tantissimo, soprattutto in questo campo.